Attualità

Ecuadoriani in Ucraina: testimonianze diretta dalla guerra

Nei giorni scorsi, il quotidiano ecuadoriano El Universo, ha pubblicato un lungo articolo nel quale descrive la quotidianità e le esperienze degli ecuadoriani residenti in Ucraina, paese recentemente invaso dall’esercito russo, il quale ha scatenato una violenta guerra, che sta colpendo duramente la popolazione civile. In Ucraina vivono circa 700 ecuadoriani, di cui 250 a Kiev, 100 a Leopoli e 200 a Zaporižžja, la cui vita è da giorni drammaticamente in pericolo. Di seguito proponiamo alcuni stralci dell’articolo in questione, da noi tradotto in italiano, a firma di Belén Zapata.

Per dovere di cronaca, informiamo che dalla pubblicazione di questo articolo il governo ecuadoriano, per mezzo del Ministero degli Esteri, si è mobilitato per il rimpatrio degli ecuadoriani in Ucraina. Alcuni di questi sono già al sicuro in Polonia, Ungheria e Romania, paesi confinanti con l’Ucraina. Per maggiori informazioni, rimandiamo ai canali ufficiali del Ministero degli Esteri ecuadoriano.


Lunghe file per ritirare soldi, persone che fanno la spesa, altri che fuggono dalle loro auto verso il confine con la Polonia: sono queste le scene che l’ecuadoriano Erick Pacheco, che vive in Ucraina, ha visto poche ore fa.

Si trova a Leopoli, conosciuta in ucraino come Lviv, a circa otto-dieci ore da Kiev, la capitale ucraina. Fin dall’inizio, insieme agli altri suoi colleghi, Erick è stato informato su ciò che stava accadendo. Così, sin dall’inizio dell’offensiva russa ha trovato rifugio presso la Scuola Politecnica Nazionale di Lviv, dove studia Ingegneria Meccanica. Le autorità di quell’istituto hanno mostrato agli studenti un bunker: in caso di peggioramento della situazione, avrebbero dovuto utilizzarlo.

“Non ci sono più voli, stiamo aspettando che le condizioni migliorino. Ci hanno detto di comprare dell’acqua, del cibo e di avere i documenti a portata di mano, nel caso lasciassimo il Paese. Siamo in attesa che il ministero degli Esteri ci dia informazioni; che accellerino le misure diplomatiche e stipulino un qualche tipo di accordo affinché ci diano un permesso umanitario. Non abbiamo accesso a rotte gratuite verso altri paesi. I nostri genitori sono preoccupati… Qui ci dicono che il bunker in caso di leggero bombardamento è un po’ sicuro, in quanto è ricoperto da enormi muri di cemento”, dice.

Intervista telefonica ad uno degli ecuadoriani residenti in Ucraina

Circa un centinaio di ecuadoriani vivono in quella città e stanno valutando, tra le loro opzioni, di usare il bunker o di noleggiare un autobus privato per arrivare al confine con la Polonia e aspettare “che ci facciano passare”.

Il presidente Guillermo Lasso ha affermato che il ministero ha preso contatti con la maggior parte dei connazionali, facilitando meccanismi per i trasferimenti nei paesi vicini, come la Polonia.

“Sono in gioco vite innocenti. Esortiamo le parti a osservare il diritto umanitario internazionale e a garantire la sicurezza e le esigenze dei civili. Da parte nostra, stiamo lavorando per fornire supporto agli oltre 700 ecuadoriani che si trovano in Ucraina”, ha affermato Lasso.

Tuttavia, né Erick né Sebastián Sánchez, un altro connazionale, sono stati contattati.

Sánchez vive a Zaporižžja, vicino alle città di Donetsk e Lugansk, dove la Russia ha inviato le sue truppe dopo aver riconosciuto l’indipendenza di queste due regioni dell’Ucraina, che dal 2014 sono controllate da gruppi filorussi.

“Abbiamo ricevuto quella notizia: che tutti dobbiamo lasciare le nostre case con i nostri averi e venire all’università. Stiamo cercando qualcuno che possa aiutarci”, ha detto lo studente di medicina della Zaporižžja State Medical University.

Dodici o tredici studenti dormono e vivono in una stanza che potrebbe contenerne 2 o 3

Sánchez ha 24 anni e vive in Ucraina da tre anni. Ora è al college insieme ad altri connazionali e stranieri.

Sta insieme a tredici o quattordici persone in una stanza che potrebbe ospitarne due, massimo tre. Sánchez attende una risposta dal ministero degli Esteri; in caso contrario si rifugierebbe in un bunker, anch’esso situato nei sotterranei dell’istituto.

«L’università ci ha dato ospitalità e una residenza, e ha il suo bunker: se succede qualcosa, andiamo sottoterra e ci siamo. Tutti noi vogliamo andare in Ecuador, o in un’altra città, per sfuggire al pericolo; ma, poiché il nostro Ministero degli Affari Esteri non fa nulla al riguardo, allora non possiamo fare nulla. Qualche tempo fa ci hanno aggiunto ad alcuni gruppi WhatsApp dicendo che diamo loro i nostri dati, le informazioni, che se succede qualcosa ne saranno a conoscenza. Fino ad ora, continuano ad arrivarci gli stessi messaggi: che dobbiamo rimanere sereni, che loro si occuperanno di tutto, ma in realtà non fanno nulla“, dice Sánchez.

La sua famiglia a Quito è disperata. “La mia famiglia è preoccupata, triste, piange”, dice.

Sánchez è d’accordo con Pacheco in una richiesta di calma, ma non senza essere dimenticati.


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© Riproduzione riservata

Foto di Copertina: Today.it

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