Cultura

Immigrazione italiana in Ecuador: il ruolo dei consoli ecuadoriani in Italia

Articolo di Agatha Rodríguez Bustamante

Il lavoro svolto dai consoli ecuadoriani nei primi decenni del XX secolo per promuovere l’immigrazione italiana è un fenomeno poco studiato. Tuttavia, poiché esiste una notevole comunità di immigrati italiani giunti nel paese andino in occasione delle massicce migrazioni dall’Europa al continente americano, la loro presenza e il loro rapporto con la società ecuadoriana sono stati ovviamente ricercati, ma risulta comunque necessario porci ulteriori domande.

In questo articolo mi farò guidare dalle domande che articolano la ricerca che sto portando avanti, la quale tratta il tema della presenza di docenti europei assunti per assolvere alcuni ruoli di alta formazione in Ecuador. E voglio iniziare con il lavoro svolto dai consoli ecuadoriani che hanno agito come rappresentanti del paese in importanti città italiane, come ad esempio Genova.

Il ruolo dei consoli ecuadoriani in Europa è stato studiato, ma solo nei termini di come questi si occupavano delle relazioni diplomatiche e commerciali. Ma che dire della propaganda a favore dell’Ecuador che questi svolgevano all’estero? Infatti, in più occasioni, i consoli non solo dovevano svolgere un’adeguata propaganda attraverso la stampa e la radio per ordine del Ministro degli Affari Esteri, ma dovevano anche smentire le notizie false o diffamatorie pubblicate nella stampa europea, trasformandoli in difensori di quello che chiamavano “l’onore” dello Stato.

Questa attività di propaganda andò oltre una semplice difesa patriottica, divenendo una questione di interesse economico da cui dipendeva il successo o il fallimento dell’auspicato arrivo di compagnie colonizzatrici con “immigrati utili” per l’avanzamento del Paese.

Foto storica del porto di Genova © GenovaToday

In questa articolo facciamo riferimento ad una particolare notizia che fu segnalata nel 1925 al Ministero degli Affari Esteri in quanto ritenuta allarmante. L’allora console a Genova, Carlos Alberto Arteta, riferiva che, in un articolo pubblicato su un quotidiano locale, che a sua volta aveva ripreso una nota dell’Agenzia Italiana di Roma, erano “stati espressi giudizi sfavorevoli all’Ecuador, dipingendolo, allo stato attuale, come un luogo inadeguato all’immigrazione italiana”. Una questione di grande preoccupazione per il console, poiché l’ordine del governo ecuadoriano era quello di promuovere l’immigrazione “utile” e “desiderata“, termini in uso all’epoca, e l’immigrazione italiana faceva parte di questo progetto.

Arteta tentò di contrastare questa situazione scrivendo un articolo per il Giornale di Genova. L’articolo e la sua traduzione vennero allegate alla comunicazione che il console inviò al ministero, ed è oggi conservata nell’archivio storico “Alfredo Pareja Diezcanseco” del Ministero degli Affari Esteri dell’Ecuador. Questo documento (che è in foto di copertina, n.d.T.) permette di guardare la realtà dell’Ecuador nel 1925 attraverso gli sforzi di un funzionario impegnato ad attirare immigrati italiani.

A quel tempo, e forse ancora oggi, l’errore più comune sull’Ecuador riguardava la sua posizione geografica. L’articolo contestato dal console sosteneva che l’Ecuador si trovasse in Centro America, e risultava fondamentale correggere questa informazione, perché poteva potenzialmente compromettere la possibilità di ricevere immigrati.

Così Arteta affermava che “le condizioni geografiche e sociali dell’Ecuador rendono la vita lì non solo erano sopportabili ma anche comode, piacevoli e facili“. Nel descrivere il suo territorio, iniziava col rivendicare l’estensione di “714.860 km”, che non riflette più la realtà di oggi, e che all’epoca risultava essere tre volte più grande dell’Italia, come evidenziato dall’autore dell’articolo.

Arteta sottolineava inoltre i progressi nel campo dell’istruzione. In un paese andino con una popolazione di oltre due milioni di abitanti, infatti, si trovavano più di mille scuole, 18 collegi e 3 università, ed aveva grandi città e diversi porti sul Pacifico, aldilà di Guayaquil. Arteta era inoltre particolarmente orgoglioso delle Isole Galápagos o Arcipelago di Colón, nome col quale erano più comunemente conosciute all’epoca, e all’andamento della linea ferroviaria, che costava così tanto al paese e faceva parte dell’idea di ​​unificazione e attrazione per potenziali migranti che avrebbero potuto contare su un sistema di trasporto efficiente.

Mappa dell’Ecuador nell’epoca raccontata nell’articolo © Geografia Infinita

I vari governi ecuadoriani della fine dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento cercarono di attirare immigrati offrendo le ricchezze naturali del Paese. Che si trattasse delle piante e dei frutti che si potevano coltivare ed esportare come il cacao, che si trattasse degli estesi terreni da coltivare o dei minerali da sfruttare. La propaganda su questo era una questione primaria, quindi non sorprende che l’articolo di Arteta enfatizzasse la ricchezze geografiche dell’Ecuador, evidenziando la varietà di climi e condizioni che consentivano l’esistenza di tre regioni marcate: “La regione costiera o litoranea, la regione interandina e la regione andina. La zona costiera è ricca di tutti i prodotti tipici dei climi tropicali, e così abbiamo lì: cacao in grandi quantità e di qualità superiore, riso, tabacco, caffè, paglia toquilla, zucchero, banane, lana, ecc. All’interno della Repubblica si raccolgono in abbondanza le patate, che vengono esportate all’estero, insieme a grano, orzo, mais, piselli, lenticchie, ecc. Ogni zona produce tutti i tipi di frutti, a seconda dei suoi climi”.

Un altro punto da chiarire e molto importante per gli immigrati era la condizione sanitaria. Arteta difese così l’idea di come la febbre gialla fosse stata debellata a Guayaquil, anche se la malaria persisteva. Tuttavia la zona andina era in condizioni migliori, definite come “una primavera perenne“.

Il microbiologo Hideyo Noguchi visitò l’Ecuador nel 1918 alla ricerca di un vaccino contro la febbre gialla e aiutò a combattere la malattia nella città di Guayaquil, il che lo portò a ricevere un riconoscimento da parte del governo. Il console Arteta sicuramente basò la propria affermazione su questo fatto, anche se non lo scrisse esplicitamente. In ogni caso, parlando del clima nelle Ande, omise di dire quanto questo potesse essere imprevedibile.

La maggiore attrattiva che l’Ecuador poteva offrire agli immigrati, secondo Arteta, era la sua legislazione sull’immigrazione. Tema che lo stesso console diffuse nel suo articolo affermando che «la legge suprema della repubblica consegna implicitamente la libertà di culto, derivando da essa la libertà di coscienza in tutte le sue manifestazioni. Di conseguenza, sotto questo punto di vista, gli stranieri che professano una certa religione, qualunque essa sia, possono entrare in territorio ecuadoriano, come liberi pensatori, tutti sono rispettati”.

Arteta menzionò anche i vantaggi che gli stranieri avrebbero avuto grazie alla costituzione del 1906, tra i quali suggeriva come particolarmente eccezionale quella che indicava che i loro figli sarebbero diventati cittadini ecuadoriani automaticamente se nati in territorio ecuadoriano o che sarebbero potuti essere ecuadoriani per naturalizzazione tutti “gli stranieri che professano scienze, arte o industria utile o siano proprietari di beni immobili o capitali e che, avendo risieduto nella Repubblica per un anno, dichiarano la loro intenzione di stabilirvisi e ottenere una lettera di naturalizzazione”.

Il consolato dell’Ecuador a Genova oggi © Latino Quotidiano

Arteta sottolineava inoltre che in Ecuador non c’era più la pena di morte, né il carcere per debiti, né il concertaje, tutte leggi che considerava obsolete per una nazione, affermando così come la libertà di lavoro e di associazione, più tipiche dei paesi civili, erano invece principi presenti in Ecuador. L’articolo concludeva con l’offerta di ampi lotti liberi per chi volesse colonizzarlo «purché l’emigrante goda di buona salute fisica e morale».

Questo articolo è solo un esempio della propaganda che il governo ecuadoriano ordinava ai suoi consoli di diffondere in Europa. L’obiettivo principale era attirare l’immigrazione, soprattutto da paesi come Spagna e Italia che consideravano “assimilabili“, anche se non disprezzavano neanche l’immigrazione tedesca, francese, svizzera e di chiunque potesse contribuire ai progetti dello stato. L’obiettivo era mostrare un paese con una grande ricchezza naturale, le cui infrastrutture, come strade e ferrovie, nonché la possibilità di concedere terreni per la coltivazione e la colonizzazione, erano le principali attrazioni.

Tuttavia, mostrare che le leggi e la costituzione erano “benigne” con gli stranieri era un modo per contrastare la cattiva luce che veniva gettata sull’Ecuador dalla stampa in paesi come l’Italia e la Francia.

Dello stesso decennio risale il presunto ordine di un funzionario italiano di impedire l’immigrazione di italiani in Ecuador, che suscitò grandi polemiche, ma sarà l’oggetto di un mio altro articolo per Ecuador Oggi.


Agatha Rodríguez Bustamante è una storica ecuadoriana, laureata all’Università di Cuenca e all’Universidad Andina Simón Bolívar, campus dell’Ecuador. Attualmente sta svolgendo i suoi studi di dottorato presso l’Istituto di Studi Latinoamericani dell’Università Libera di Berlino. La sua ricerca di dottorato esplora le migrazioni europee tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo in Ecuador, concentrandosi sul quadro giuridico che le ha rese possibili e sul ruolo attivo dei consoli ecuadoriani all’estero. Ha scritto diversi articoli sulla presenza ebraica in Ecuador e sul ruolo dello Stato nell’assunzione di professori europei durante i conflitti in Europa nella prima metà del XX secolo.


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© Riproduzione riservata

Foto di Copertina: Il documento in copertina è una comunicazione indirizzata dal console di Genova il 31 luglio 1925, e si trova in Consolati dell’Ecuador in Europa, F-V, 1925. Sottoserie: D.19.2. nell’archivio storico “Alfredo Pareja Diezcanseco” del Ministero degli Affari Esteri dell’Ecuador

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