Politica

Il ruolo del movimento indigeno nella vita politica dell’Ecuador

L’Ecuador è un Paese multietnico, come recita la costituzione, ed il fatto che una certa parte della popolazione indigena continui a mantenere una relativa omogeneità etnica rende naturale che questa sollevi la questione dei propri diritti nazionali, garantendone lo sviluppo.

Pertanto, l’analisi del rapporto tra la popolazione indigena e le autorità risulta essere molto importante e necessaria, poiché, nel corso della storia ecuadoriana, le popolazioni indigene sono state considerate di seconda classe.

Nella lotta per una maggiore visibilità, e in sostanza, nella ricerca di garanzie per i propri diritti, sono state tracciate due direzioni. La prima è il riflesso della diversa percezione etnico-culturale delle visioni del mondo e della politica, che si chiama Indigenismo. In termini generali, l’indigenismo può essere definito come una direzione del pensiero sociale che cerca di comprendere teoricamente la questione indigena e trovare modi per risolverla nel processo di consolidamento nazionale e integrazione interna delle comunità, ma l’essenza di classe delle varie tendenze dell’indigenismo e le opzioni stabilite per risolvere questo divario invisibile sono eterogenee e persino antagoniste tra loro.

A partire dalla metà del secolo scorso, la formulazione teorica della questione indigena nella subregione andina non è stata affrontata dagli indigeni stessi, ma dai leader del movimento indigeno, cioè dai rappresentanti degli strati creoli e meticci, portavoce di varie tendenze sociopolitiche, per un motivo o per l’altro preoccupati per la difficile situazione della popolazione indigena e alla ricerca di vie e metodi di soluzione.

L’indigenismo nel 1940 si diffuse con successo e rapidamente in tutto il continente e ricevette il riconoscimento come attore internazionale in tutte le nazioni. Fu fondato l’Instituto Indigenista Interamericano, che presto acquisì lo status di istituzione specializzata dell’Organizzazione degli Stati americani. In alcuni paesi dell’America Latina, le istituzioni indigene nazionali sono emerse contemporaneamente alla creazione di un’ampia rete di organizzazioni e istituzioni, anche internazionali, che cercavano di fornire alle popolazioni indigene aiuti pratici concreti per migliorare l’economia, istituire servizi sanitari e scolastici, e proteggere i diritti legati al possedimento della terra. Tuttavia, nonostante alcuni successi dell’indigenismo, questo non riuscì a risolvere i principali problemi in termini di disgregazione e ad aiutare la maggioranza dei popoli indigeni al di sotto della soglia di povertà.

Proteste indigene in Ecuador © Ecuavisa

Una parte degli indigenisti credeva che la popolazione indigena potesse risolvere i propri problemi solo se avesse avuto diritto all’autodeterminazione: territoriale, economica, politica, culturale, linguistica e confessionale. L’altra parte, che per lungo tempo ha ricoperto posizioni di leadership nel movimento indigeno, credeva che l’uguaglianza con la popolazione non indigena si potesse raggiungere solo attraverso l’integrazione con quest’ultima. Hanno cercato una soluzione, non in termini di rinascita dei popoli indigeni, risvegliando la loro energia creativa sulla base della propria iniziativa sociopolitica e di autogoverno, ma sotto forma di paternalismo e protezionismo e, in alcuni casi, favoritismi in relazione con i popoli indigeni della subregione al fine di assimilarli quanto prima.

Così, invece di seguire una politica di affidamento sui popoli indigeni, risvegliando la loro energia creativa e auto attività, gli integrazionisti iniziarono ad agire principalmente con metodi di “condiscendenza” verso la popolazione indigena.

Una caratteristica positiva di questo movimento era l’attività dei comunisti latinoamericani, il che significava l’esistenza di una corrente democratica rivoluzionaria nelle profondità dell’indigenismo. Negli anni ’40 del XX secolo, su iniziativa del Partito Comunista, fu creata la Federazione degli indigeni dell’Ecuador, che diede un contributo significativo all’organizzazione del movimento cooperativo, contribuendo al miglioramento della situazione materiale di una certa parte delle comunità quechua.

La seconda direzione è stata il risveglio della lotta di liberazione nazionale dei popoli indigeni, in cui, come crediamo, è necessario distinguere tre fasi.

1.1950-1960

Questo periodo è caratterizzato dal fatto dalla formazione nel paese di distaccamenti della classe operaia, costituita da popolazioni indigene che avevano conservato le loro caratteristiche nazionali e la loro identità etnico-nazionale. All’inizio degli anni ’60, tra la dirigenza della Federazione ecuadoriana degli indigeni e una certa parte della sinistra, compresa la gioventù comunista di origine piccolo-borghese, si tendeva a contrapporre i compiti del movimento di liberazione indigeno ai problemi generali della lotta di classe dei lavoratori.

Un gruppo di questi giovani, guidato da Jorge Rivadeneira, scrittore indigeno, Echeverría, Roura e Arellano, organizzò la guerriglia a Toachi nel maggio 1962. Alla ricerca del sostegno dei contadini indigeni, questo gruppo iniziò a svolgere un lavoro rilevante nella Federazione ecuadoriana degli indigeni e riuscì a persuadere la direzione della federazione a una posizione di sinistra, abbandonando di conseguenza la lotta in favore delle urgenti richieste dei contadini, e prendendo la posizione di un’azione armata immediata. Di conseguenza, la “guerriglia” di Toachi servì solo come scusa per intensificare la repressione, portando inoltre gravi disaccordi tra i due partiti politici.

Proteste a Quito @ Diario de la Republica

Anche la migrazione della popolazione indigena verso la città non ha contribuito ad alcun cambiamento del loro status sociale. Così, il famoso ricercatore latinoamericano Zubritsky ha osservato che il basso livello ideologico e politico dei lavoratori indigeni, come regola generale, non uniti in sindacati, ha permesso loro di essere sottoposti a sfruttamento, che è stato spesso attuato sotto falsi slogan di unità nazionale o razziale tra lavoratore e datore di lavoro, comunità di origine e sotto altri pretesti in un noto spirito di nazionalismo borghese.

2. 1970-1980

Durante questo periodo, le tendenze indigene verso l’autonomia, verso l’autogoverno, cominciarono a trovare espressione concreta nella creazione delle proprie organizzazioni nazionali. Gli organi di governo hanno reagito a questo fatto con una certa tolleranza, cercando in tal modo di tenere sotto controllo sia il processo di creazione di queste organizzazioni sia le loro attività.

Verso gli anni ’80, la questione indigena in Ecuador ha avuto la particolarità di mostrare chiaramente il processo di formazione tanto della borghesia nazionale indigena (quechua) quanto dei distaccamenti nazionali indigeni della classe operaia ecuadoriana. Di conseguenza, anche le forme di esistenza delle organizzazioni nazionali indigene in Ecuador hanno assunto un carattere più chiaro. Quasi tutti i gruppi etniconazionali che hanno abitato l’Ecuador in questo periodo avevano già le proprie organizzazioni. Nel 1980, nella città di Sucúa, in una riunione dei delegati dei gruppi etnici indigeni di tutte le regioni del paese, fu deciso di creare il Consiglio nazionale per il coordinamento delle nazionalità indigene dell’Ecuador (CONACNIE), poi trasformato in Consiglio delle nazionalità indigene. Il suo obiettivo principale era “la lotta per la completa liberazione degli oppressi”.

Tra molti altri, il Consiglio delle Nazionalità Indigene includeva un’organizzazione di indigeni Quechua chiamata Equarunari. Si trattava della più grande ed efficace organizzazione nazionale quechua, non solo in Ecuador, ma in tutta la subregione andina. Nella sua sfera d’influenza c’erano da 1.5 a 2 milioni di persone. In diverse occasioni si è espressa chiedendo una soluzione democratica alla questione agraria, la tutela della lingua e della cultura quechua. Equarunari ha visto modi per soddisfare queste richieste rafforzando l’unità della classe operaia, dei contadini e della popolazione indigena in una lotta comune per la democrazia e il progresso sociale.

Chiare forme organizzative e fruttuosa attività hanno caratterizzato anche la Federazione dei Centri Shuar. Tra le disposizioni programmatiche della Federazione, le più importanti erano la tutela delle terre Shuar come base per “l’esistenza di una nazionalità, della sua lingua e cultura“, con il compito migliorare l’organizzazione e quindi l’unione con altre organizzazioni di indigeni, contadini, operai e altri strati per lottare per la trasformazione della società.

Va notato che l’alto grado di organizzazione degli indigeni ecuadoriani è stato spiegato non solo dalle peculiarità della situazione etnosociale prevalente nel paese, ma anche dalle tradizioni emerse a seguito della vigorosa attività che la Federazione degli indigeni ecuadoriani portava avanti da quasi mezzo secolo. Tuttavia, negli anni ’80, a causa dell’ambiguità delle posizioni dei comunisti e della debolezza della dirigenza, la Federazione si disintegrò parzialmente.

Quindi, se passiamo all’analisi dei movimenti indigeni contadini durante questo periodo, allora, secondo molti ricercatori, le popolazioni indigene erano principalmente interessate a risolvere i propri problemi. Essendo la terra l’aspetto più importante della vita politica indigena, lo “spirito rivoluzionario” del movimento indigeno non riuscì ad andare oltre la questione agraria. E il movimento di resistenza non ha potuto portare risultati significativi, poiché la continua rottura con i partiti di sinistra ha privato la confederazione indigena di un alleato affidabile.

Prima protesta indigena organizzata nel 1990 © Riksynakuy

3. 1990

Vari ricercatori e osservatori latinoamericani caratterizzano questo periodo come una “esplosione“, “eruzione” dei movimenti e organizzazioni nazionali indigeni.

Le conseguenze negative delle riforme neoliberali, che hanno aumentato la disuguaglianza sociale, si sono manifestate nel deterioramento delle condizioni di vita dei contadini indigeni dell’Ecuador. I leader delle organizzazioni indigene hanno visto una via d’uscita dalla difficile situazione nella cessazione della pratica della discriminazione e nelle azioni di resistenza alla politica delle autorità. Ciò è stato eloquentemente attestato dai focolai di disordini indigeni in Ecuador.

Man mano che le strutture organizzative del movimento indigeno si sviluppavano, il suo potenziale politico cominciò a manifestarsi più chiaramente. Dalla metà degli anni ’90, i rappresentanti di queste organizzazioni hanno partecipato alla nomina dei loro candidati alle elezioni comunali e parlamentari. E sebbene la rappresentanza dei deputati indigeni nelle legislature ecuadoriana e boliviana fosse minoritaria, i leader indigeni sono stati in grado di utilizzare la tribuna parlamentare per presentare richieste e promulgare documenti politici.

Negli anni ’90, come parte della strategia generale di “resistenza indigena“, le popolazioni indigene hanno iniziato a chiedere pari opportunità per l’inclusione del settore indigeno nell’economia di mercato. L’idea del proprio programma di sviluppo, un’alternativa al modello neoliberista, diventò sempre più popolare nell’ambiente indigeno.

Poiché il governo dell’Ecuador non aveva fretta di approvare la legge di riforma agraria, le richieste degli indigeni iniziarono ad assumere sempre più connotazioni politiche. Le rivolte di massa senza precedenti dei contadini indigeni che hanno travolto la Sierra nel luglio 1990 sono entrate nella letteratura come “la rivolta indigena”. La sua preparazione e organizzazione fu curata dalla stessa CONAIE. Il suo più grande potenziale è stato dimostrato nel 1992 durante la rivolta, i cui partecipanti hanno cercato di migliorare le condizioni di vita e realizzare riforme nel settore agricolo.

Manifestazione del partito Pachakutik © El Universo

L’intensificarsi del movimento indigeno costrinse lo Stato a fare alcune concessioni. Pertanto, il governo riconobbe all’epoca la necessità di un sistema educativo bilingue, iniziando inoltre a restituire circa 3.5 milioni di ettari di territori alle popolazioni amazzoniche. Dall’inizio degli anni ’90, c’è stata una tendenza alla partecipazione al processo politico dei partiti creati da attivisti del movimento indigeno. Il partito più organizzato e influente era il Movimento di unità multinazionale Pachakutik – Nuevo País, che emerse come ala politica della CONAIE, ma in seguito ottenne l’indipendenza come partito multi-classe che sosteneva un rinnovamento radicale dello stato e del sistema sociale.

Una fazione di questo partito in parlamento ha chiesto l’approvazione del progetto per lo sviluppo delle nazioni indigene e di discendenza africana per il 1997-2001. Nel 1998, l’Assemblea Costituzionale ha accettato di riconoscere i diritti collettivi dei gruppi etnici indigeni e afro-ecuadoriani, ma ha respinto una proposta delle organizzazioni indigene di riconoscere lo status multietnico e multiculturale dello stato ecuadoriano.

Nello stesso anno fu istituita la Commissione del Congresso nazionale sugli affari indigeni e altri affari etnici e sei rappresentanti di partito furono eletti al Congresso nazionale. Così, il Pachakutik è diventata la quinta forza politica del paese in termini di numero di deputati. Questo movimento si è posizionato come un nuovo partito di sinistra multi classe che cerca di costruire una “economia solidale” a beneficio dell’individuo, sostenendo l’arresto delle privatizzazioni e il rafforzamento delle aziende statali e opponendosi a tutti coloro che sostengono il modello neoliberista.

Riassumendo, possiamo concludere che la questione indigena in Ecuador ha rappresentato, all’inizio, un problema urgente solo per i seguaci dell’indigenismo che, per un motivo o per l’altro, erano preoccupati per il destino delle popolazioni indigene, mentre in seguito le stesse popolazioni indigene, che negli anni ’50 e ’60 formarono distaccamenti partigiani, in iniziarono a lottare per i loro diritti oppressi. Sebbene questa lotta iniziale risultasse di natura primitiva, era pur sempre alimentata dagli slogan populisti degli scrittori indigeni, che nel primo periodo contribuirono al cambiamento psicologico negli indigeni, che, non ancora educati politicamente, iniziarono a rendersi conto della loro posizione all’interno della società, cercando di difendere i propri diritti.

E infine, negli anni Novanta le organizzazioni indigene hanno dimostrato chiaramente di poter ottenere risultati grazie al confronto politico in parlamento e alla lotta organizzata di tutti i popoli indigeni del Paese.

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© Riproduzione riservata

Foto di Copertina: Primicias

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